“Il museo del Louvre” di Roma - Incontri di fotografia
- Claudio Orlandi
- 8 feb
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 9 feb
“Il museo del Louvre” di Roma, presenta un ciclo di incontri dedicati a grandi figure della fotografia del Novecento, raccontate attraverso lo sguardo e la memoria di Giuseppe Casetti, testimone diretto di una delle stagioni culturali più intense del secondo novecento romano. Questo il programma da febbraio a maggio:
25 febbraio 2026 Francesca Woodman
25 marzo 2026 Mario Dondero
29 aprile 2026 Paolo Di Paolo
27 maggio 2026 Giosetta Fioroni
Il primo incontro sarà dedicato alla fotografa americana Francesca Woodman (Denver, 1958 – New York, 1981) Figlia d’arte – pittore il padre George e ceramista la madre Betty – Francesca Woodman cominciò a lavorare col mezzo fotografico a soli tredici anni di età, quando realizzò il primo autoscatto. Nei nove anni che separano questo esordio dall’abbandono volontario della vita, avvenuta a soli ventidue anni, l’artista ha continuato a fotografare se stessa in ambienti domestici, in mezzo alla natura, sola o con amiche, nel vivo di performance oppure in pose attentamente studiate.

Francesca Woodman – “Angelo per Cristiano” (Roma 1977-78)
Tra maggio 1977 e agosto 1978 Francesca Woodman trascorre a Roma un periodo fondamentale della sua formazione, come studentessa della Rhode Island School of Design (RISD). È un soggiorno decisivo, vissuto in immersione totale nell’ambiente artistico romano, durante il quale tiene la sua prima mostra personale nella Libreria Maldoror di Giuseppe Casetti e Paolo Missigoi.
«Quell’autunno del ’77 mi consegnò una scatola di tela grigia che conteneva delle fotografie, insieme a un piccolo biglietto da visita che recitava: Francesca Stern Woodman. Mi disse che le faceva lei, con l’autoscatto… se vuoi, puoi occuparti di questa scatola grigia.»
Roma entra profondamente nel suo lavoro. Nei suoi scatti compaiono specchi, limoni e pere, vecchie cartoline, aguglie, guanti; corpi e oggetti abitano interni di antichi palazzi, spazi fatiscenti oppure caffè storici. Luoghi che diventano teatro di metamorfosi e sparizioni.
«Questi interni fotografici risuonano di echi di sogni vellutati che, tra un battito di ciglia e l’altro, scorgiamo in un lampo e poi dimentichiamo. Le fotografie di Francesca li trattengono, sono fiabe moderne e inquiete, realizzate da una giovane donna con le ali ai piedi e gli occhi spalancati sulla meraviglia, colmi di una poesia feroce.»
Un incontro non solo per ricordare un passaggio biografico, ma anche per ricostruire un paesaggio artistico e umano.
Gli incontri si terranno nei locali de
“IL MUSEO DEL LOUVRE” Via della Reginella 8a Roma - ore 17.30
info 06.68807725
GIUSEPPE CASETTI (Roma, 1949)
Ha raccontato buona parte della sua vita nel libro “Il Re libraio e i Desaparecidos” uscito nel 2019 per Campanotto. Un volume nel quale Casetti ripercorre il proprio itinerario umano e culturale, che lo ha portato dall’apertura della Libreria Maldoror all'attuale “Museo del Louvre” sito a Via della Reginella, nel mezzo del ghetto ebraico romano. Un percorso ricco di esperienze ed incontri con alcuni dei personaggi più in vista della vita culturale romana del tempo.

Dalla quarta di copertina leggiamo:
Ciò che risulta spesso insopportabile nei racconti autobiografici è quell’autocompiacimento egotico e autoreferenziale che scaturisce dalla assenza di consapevolezza che ogni biografia è in fondo immaginaria, un gioco della memoria attraverso il quale ci si inventa una vita mai veramente “attendibile”. Nulla di tutto questo nel testo di Casetti la cui scrittura lieve - a tratti lirica, a volte persino svagata e spesso avvolta in un alone di leggera e malinconica ironia- mantiene sempre uno sguardo allo stesso tempo partecipe e distaccato rispetto alle molteplici vite del proprio sé, intrecciate alle vicende della vita artistica e culturale romana e italiana dagli anni Sessanta ai nostri giorni di cui fornisce una cronaca spesso inedita.
Ma sarebbe estremamente riduttivo leggere questo testo solo come la testimonianza di un protagonista segreto e appartato di un pezzo di storia della cultura. In esso sono in realtà condensati alcuni motivi cruciali della cultura moderna/contemporanea più urgenti che mai. Ne segnaliamo solo due: innanzitutto Casetti è uno straordinario “archeologo del contemporaneo”, le sue librerie e gallerie sono degli autentici laboratori in cui è possibile imbattersi in frammenti, reperti, trouvailles, (“reliquie” come scrisse di lui un grandissimo poeta alla cui riscoperta Casetti ha contribuito in modo decisivo, Emilio Villa), sorprendenti e impensati, disseminati da artisti anche famosi in almanacchi, scritture disperse in oscure riviste di medicina, diritto, edilizia, moda, pubblicazioni aziendali, riviste umoristiche (citiamo solo gli esempi di Munari, Fellini, Savinio, Longanesi).
Ma ancora, la sua ricerca maniacale e minuziosa ha permesso la riscoperta di artisti dimenticati o rimossi, pensiamo al suo lavoro sul movimento immaginista di Vinicio Paladini confluito nella pubblicazione del libro Movimento immaginista a Roma nel V anno del R.F con documenti e testimonianze di prima mano come quelle dello scrittore Dino Terra, per non parlare del recupero della fotografia di Mario Dondero o Paolo Di Paolo. Questo lavoro di scavo ai margini delle storie ufficiali dell’arte è stato sempre accompagnato da una pratica inaugurale di nuove esperienze: fu alla libreria Maldoror nel 1978 che avvenne la prima mostra della fotografa Francesca Woodman sulla cui “poetica” fu decisiva l’influenza delle immagini che Casetti raccoglieva nella libreria. […]
(Edmondo De Liguori)
*
In occasione della presentazione del libro, Giampiero Mughini, collezionista, frequentatore della libreria, e amico personale di Casetti, ha pubblicato questo articolo su “Il Foglio” il 18 febbraio 2020.
Entrare in un antro romano dell'underground e ricordare gli altri scomparsi
È un antro fatale al numero 8a di via della Reginella, nel bel mezzo del ghetto romano. Dico Il museo del Louvre, ossia la libreria/galleria di Giuseppe Casetti che fa da tempio di tutto ciò che nella storia delle arti novecentesche ha il sapore dell’underground, della bellezza obliqua e come trascurata, un culto di cui Casetti (nato nel 1949, nome di battaglia “Cristiano”) è il sacerdote che lo officia da poco meno di cinquant’anni.
Lo avevo conosciuto non ricordo più se nel 1975 o nel 1976 in un altro antro fatale della cultura seminascosta, l’indimenticabile libreria Maldoror di via di Parione 41 – a un passo da piazza Navona –, quella che primissima in Italia mise in vetrina e sugli scaffali i libri dei futuristi di cui all’università mi avevano insegnato che era robaccia di nessun conto e per giunta firmata da fascistacci ebbri del Male. Da quelle brossurine rimasi ipnotizzato, così come da alcune prime edizioni di Alberto Savinio, uno scrittore dimenticatissimo e di cui l’Adelphi non aveva ancora avviato la riscoperta che per molti di noi fu abbagliante. Purtroppo, oltre che inesperto ero ancora in quel momento perfettamente a secco di dindini. Non comprai nessun libro futurista, che “Cristiano” vendeva a 30 mila lire “l’un per l’altro”, né comprai una delle 12 copie dell’edizione di testa del sontuoso “Capitano Ulisse” di Alberto Savinio, uno dei Quaderni di Novissima pubblicato nel 1934, e a me all’università dove avevo studiato Letteratura italiana contemporanea (e preso un trenta e lode) non me lo aveva detto nessuno ma proprio nessuno che durante il fascismo si pubblicassero in Italia libri di una tale qualità e raffinatezza.
Devo all’antro di via di Parione, e dunque a “Cristiano” e al suo geniale complice Paolo Missigoi, l’imbeccata a conoscere (per poi collezionare) questi tesori nascosti della nostra storia culturale. Figuratevi se quando qualche settimana fa Casetti mi ha telefonato a dirmi che voleva presentassi a via della Reginella un suo recentissimo libro autobiografico (“Il re libraio e i Desaparecidos”, Campanotto editore), io – che pure odio le presentazioni di libri perché non servono a niente se non a vellicare l’ego degli autori – non gli abbia detto un sì entusiasta. Ci sono andato a via della Reginella, ho montato la scala a chiocciola fino alla saletta dedicata alla presentazione dov’eravamo stipati all’inverosimile, tutti adepti di quel culto di cui dicevo all’avvio, i libri gli autori i destini dell’underground.
Parlavo, raccontavo il tempo di Maldoror, e lo sentivo che in quella angusta saletta tutti erano percorsi dagli stessi brividi da cui sono percorso io quando entro nella libreria/galleria di “Cristiano” e vedo affisse alle pareti le foto vintage di Elisabetta Catalano o dentro una vetrinetta le carte divine che portano la firma di Emilio Villa.
Chi non ha vissuto da adulto il tempo degli anni Settanta, faticherebbe a raccapezzarsi nel sentire questa storia di vecchi fogli arrugginiti dagli anni. Al tempo di Maldoror non stava né in cielo né in terra che una libreria come quella ospitasse non solo i libri futuristi ma anche i romanzi di Louis-Ferdinand Céline, i poemi di Ezra Pound, i saggi di Elémire Zolla, tutti autori talmente avversi alla dominante ideologia di sinistra. E difatti alla Maldoror arrivarono dei “compagni” particolarmente furenti che misero a soqquadro e bruciarono alcuni di quei libri. Se oggi la contesa avviene a colpi di tweet sui social, nei Settanta scattavano le bombe molotov.
Giusto sotto la mia casa d’allora, a via Trinità dei Pellegrini, c’era la fatidica libreria di Valter Patuzo che traboccava di libri fascisti e sul periodo fascista. Era la libreria cui attingeva copiosamente il professor Renzo De Felice nello scrivere la sua monumentale storia del fascismo da Einaudi. Era una sorta di enorme scantinato con una striminzita vetrina che dava sulla strada. Contro quella vetrina una gang di Autonomi lanciò alcune bottiglie molotov che mandarono in fiamme libri e documenti. Naturalmente appena lo seppi scesi giù da Patuzo, un tipo assai piacevole da incontrare e con cui conversare, a esprimergli la mia solidarietà. Quelli che lanciavano bottiglie molotov contro le vetrine di una libreria non è che li considerassi dei “compagni che sbagliano”, li consideravo dei delinquenti e basta.
[…]
Alla libreria Maldoror, l’ho già detto, gli steccati erano meno perentori, ciascuno poteva scegliersi gli autori e i libri che voleva, ciascuno poteva percorrere i sentieri intellettuali che voleva. La frequentava il poeta/ingegnere Leonardo Sinisgalli e fu “Cristiano” a darmi il suo telefono, e io andai a casa sua dov’erano ammassati dappertutto i quadri della sua collezione e in una vetrinetta i libri del Novecento italiano che lui collezionava e che sono stati venduti all’asta una trentina di anni fa. Tra i clienti della Maldoror c’era anche Plinio De Martiis, il gallerista che ha fatto la storia della pittura italiana del secondo dopoguerra, uno di cui “Cristiano” ricorda quanto amasse Leo Longanesi, uno che è stato tanto l’inventore dello slogan “Mussolini ha sempre ragione” quanto il padre del moderno giornalismo politico dei Mario Pannunzio e degli Arrigo Benedetti, gente che aveva imparato l’abc del mestiere al desco del Longanesi direttore del settimanale Omnibus.
E dato che finora ho citato solo di sfuggita Paolo Missigoi, l’altro dei due sacerdoti di Maldoror, finisco invece con lui. Dopo Maldoror i rapporti tra “Cristiano” e Paolo si attenuarono, e questo anche in ragione della tossicodipendenza da eroina di Paolo, che ne faceva un tipo difficile da maneggiare. Solo che lui era un ricercatore librario sopraffino e dunque continuò il suo lavoro da cane sciolto, in combutta con Ondine, la moglie francese che adesso non c’è più e che io ricordo con commozione. Paolo mi telefonava a dirmi che in fatto di libri rari aveva questo e quello e io andavo in autobus fino alla loro casa attigua alla Stazione Tiburtina, un viaggio di circa 45 minuti. Salivo fino a casa loro, entravo, e cominciavo a guardare una a una le tante meraviglie che mi offrivano. Per fortuna adesso qualche dindino lo avevo, semmai avrei firmato qualche assegno postdatato. Una volta estrassero da sotto un divano l’intera collezione a numeri sciolti di Omnibus, il settimanale creato da Longanesi. Ne ero talmente affascinato da non contrattare minimamente il prezzo. Ne erano usciti 95 numeri fino al 25 gennaio 1939, quando Mussolini ne volle la chiusura in ragione di un articolo in cui Savinio aveva attribuito la morte di Giacomo Leopardi a un gelato mangiato troppo voracemente. Paolo e Ondine i 95 numeri li tenevano in una scatola. La abbracciai, chiamai un taxi e me ne tornai a casa. Per 27 anni della mia vita ho trascorso da solo la vigilia di Natale, dato che non avevo né fidanzate né figli né altro. Tranne la volta che invitai a cena Paolo e Ondine, e per tutta la sera parlammo incessantemente di libri rari.
Giampiero Mughini, Il Foglio, 18 febbraio 2020.




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