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Natalia Ginzburg - “Gli ebrei”(1972)

  • Immagine del redattore: Claudio Orlandi
    Claudio Orlandi
  • 17 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

II giorno successivo ai tragici eventi delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972, l’Associazione della stampa cattolica telefonò a Natalia Ginzburg per chiederle un'opinione personale. La scrittrice rifiutò di dare seguito a quella richiesta telefonica, che riteneva non adeguata alla situazione. Solo successivamente scriverà un articolo perché "Non avevo una sola opinione da esprimere, ne avevo molte, e soprattutto volevo radunare alcuni pensieri che trovavo dentro di me sparpagliati."

L'articolo uscirà su “La Stampa” di Torino il 14 settembre 1972, con il titolo "Gli ebrei". Qui di seguito si propone la seconda parte dell'articolo:





"lo sono ebrea. Tutto quello che riguarda gli ebrei, mi sembra sempre che mi coinvolga direttamente. Sono ebrea solo per parte di padre, ma ho pensato sempre che la mia parte ebraica doveva essere in me più pesante e ingombrante dell’altra parte. Se mi succede di incontrare in qualche luogo una persona che scopro essere ebrea, istintivamente ho la sensazione di avere con essa qualche affinità. Dopo un minuto magari la trovo odiosa, ma permane in me un senso di segreta complicità. Questo è un aspetto della mia natura che trovo strano e che non mi piace affatto, perché è in aperto contrasto con tutto quello che ho sempre pensato nel corso della mia vita, perché ritengo che non esistano fra gli ebrei delle affinità se non estremamente superficiali, perché penso che gli uomini debbano oltrepassare i confini delle loro origini.


Questo è ciò che penso, ma quando incontro un ebreo non riesco a reprimere una strana e buia sensazione di connivenza. Quando ho saputo della strage di Monaco, ho pensato che avevano ammazzato ancora una volta quelli del mio sangue. L’ho pensato in mezzo a un mare di altri pensieri, ma l’ho pensato. Nel pensarlo, ho provato disprezzo per me stessa perché era un pensiero da disprezzare. Non credo affatto che gli ebrei abbiano un sangue diverso da quello degli altri. Non credo che esistano divisioni di sangue. Sono ebrea e ho avuto una educazione borghese. Questa educazione borghese mi ha istillato alcune idee false. Devo avere in qualche modo respirato, nell’infanzia, l’idea che gli ebrei e i borghesi avevano diritti e superiorità sugli altri. Non mi è stato detto certo mai nulla di simile, in casa mia, e anzi mi è stata insegnala la parità di diritti fra gli uomini. Ma nelle strutture della mia educazione doveva essere presente un’idea di superiorità.


Noi lottiamo tutta la vita per liberarci dei vizi della nostra educazione, ma i vizi dell’educazione ci restano stampati sullo spirito come dei tatuaggi. Nella nostra vita adulta, si passa il tempo a lavare questi tatuaggi dal nostro spirito. Nei confronti degli ebrei di Israele, credo di aver pensato che essi avevano diritti e superiorità sugli arabi. A un certo momento questa mi è sembrata un’idea mostruosa. L’ho strappata e calpestata con furia. Però mi sono accorta che una simile idea mostruosa l’avevo coltivata in me per molti anni come una pianta sul davanzale. Pur avendola strappata e calpestata, non sono perfettamente sicura che non ne restino in me dei brandelli sparsi. Le nostre idee mostruose hanno la virtù di farci capire come è fatto il nostro paesaggio interiore. Una idea mostruosa vi cresce e prolifera quietamente senza far sparire nulla intorno a sé. Cresce e prolifera accanto ai nostri impulsi migliori e alla nostra sete di giustizia e di uguaglianza, senza farli sparire ma trasformandoli a poco a poco in un mucchio di paglia fradicia.


Le nostre idee mostruose dovrebbero anche avere la virtù di farci capire come sono fatti i nostri nemici, o quelli che usiamo chiamare i nostri nemici. Esse dovrebbero insegnarci a posare gli occhi sugli altri con tolleranza e con estrema attenzione. Dopo che le abbiamo strappate e calpestate, noi dovremmo serbarne memoria e smetterla di pensare a noi stessi come ai figli del bene universale. A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore.


Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita, non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi, non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro o armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente. Riguardo agli ebrei di Israele, mi succede questo. Se qualcuno parla contro di loro provo un senso di rivolta e di oscura offesa. Mi sembra che venga offesa la mia stessa famiglia. Se però qualcuno ne parla con ammirazione e devozione, ho la sensazione subitanea di non condividere questi sentimenti e di trovarmi sull’altra sponda. Dopo la guerra, abbiamo amato e commiserato gli ebrei che andavano a Israele pensando che erano sopravvissuti a uno sterminio, che erano senza casa e non sapevano dove andare. Abbiamo amato in loro le memorie del dolore, la fragilità, il passo randagio e le spalle oppresse dagli spaventi.


Questi sono i tratti che noi amiamo oggi nell’uomo. Non eravamo affatto preparati a vederli diventare una nazione potente, aggressiva e vendicativa. Speravamo che sarebbero stati un piccolo paese inerme, raccolto, che ciascuno di loro conservasse la propria fisionomia gracile, amara, riflessiva e solitaria, forse non era possibile. Ma questa trasformazione è stata una delle cose orribili che sono accadute. Quando qualcuno parla di Israele con ammirazione, io sento che sto dall’altra parte. Ho capito a un certo punto, forse tardi, che gli arabi erano poveri contadini e pastori. So pochissime cose di me stessa, ma so con assoluta certezza che non voglio stare dalla parte di quelli che usano armi, denaro e cultura per opprimere dei contadini e dei pastori. Il nostro istinto ci spinge a stare da una parte o dall’altra. Ma in verità è forse impossibile oggi stare da una parte o dall’altra. Gli uomini e i popoli subiscono trasformazioni strane, rapidissime e orribili. La sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli che muoiono o patiscono ingiustamente. Si dirà che è una scelta facile, ma forse è l’unica scelta che oggi ci sia offerta."


Natalia Ginzburg



Natalia Ginzburg, nata Levi (Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 8 ottobre 1991)



Articolo completo “La Stampa” del 14 settembre 1972


In seguito l'articolo sarà raccolto nel volume “Una vita immaginaria” (Einaudi, 1974).

 
 
 

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