“La collezione. Un bibliofolle racconta” di Giampiero Mughini
- Claudio Orlandi
- 14 gen
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 24 gen
Per anni ho conosciuto Giampiero Mughini solo come presenza televisiva, nel ruolo del tifoso colto delle maglie bianconere. Pur essendo giallorosso, quella maschera non mi ha mai infastidito; al contrario, vi coglievo una leggerezza simpatica nel racconto del calcio. Ma anche per questo ho a lungo ignorato il suo vero retroterra culturale, che ho iniziato a esplorare solo di recente. Sono arrivato a La collezione nel 2021, a distanza di dodici anni dalla pubblicazione per Einaudi. Tentai subito una prima lettura, ma senza successo, evidentemente non ero nella disposizione giusta: il libro è rimasto così a decantare fino a poche settimane fa, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, quando ho ripreso la lettura e finalmente portata a termine.

Che dire: un libro molto bello. Sarei tentato di scrivere bellissimo, ma meglio tenersi, vista la mia avversione verso i superlativi. Nel mentre che percorrevo la lettura, sempre più coinvolto, ho approfondito i tratti biografici dell’autore, scoprendo così un profondo conoscitore della storia culturale e politica del nostro paese, nonché un fine scrittore, che nel parlare di libri, poeti ed editori riesce a delineare con chiarezza anche il proprio percorso di vita. Viene spontaneo pensare al vecchio adagio: “dimmi che libri leggi e ti dirò chi sei”. In questo caso funziona perfettamente.
Nel libro c’è fondamentalmente molta storia del secolo che ci siamo lasciati ormai alle spalle, ma che continua a parlarci attraverso i segni lasciati dai suoi protagonisti e una produzione letteraria straordinaria, verso la quale Mughini erige un vero culto laico.
“La collezione” porta infatti come sottotitolo “Un bibliofolle racconta i più bei libri italiani del Novecento” ed è dedicato “Alla memoria di Roberto Palazzi, maestro di libri a noi tutti”, una persona che impareremo a conoscere leggendo il libro.
Il volume, (280 p.) diviso in nove capitoli, più un “Poscritto ovvero l’ultimi libro”, prende le mosse dall’area culturale e artistica più rappresentativa del nostro primo Novecento, ossia da quel “Manifeste du Futurisme” firmato dal trentenne Filippo Tommaso Marinetti, sulla prima pagina del “Figaro” del 20 febbraio 1909.
“Avevamo vegliato tutta la notte — i miei amici ed io — sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.”
Mughini in realtà, nella seconda metà degli anni ’70, alla vigilia dei suoi quarant’anni non ha ancora sviluppato una conoscenza adeguata del fenomeno futurista, nonostante, venuto a Roma da Catania (dove è nato nell’aprile del 1941), avesse scoperto la libreria “Maldoror” di Giuseppe Casetti e Paolo Missigoi, dove i libri dei futuristi erano presenti.
Ma come l’autore ci tiene a precisare “All’università e negli altri luoghi deputati della cultura ufficiale ce lo avevano detto e ripetuto che i futuristi erano stati dei fascisti totali. E dunque spregevoli dalla testa ai piedi, dei gradassi e degli squinternati da non prendere sul serio. Cancellati, sepolti, buttati nella monnezza”. A far “avvampare una passione per i libri del Futurismo che sarebbe divenuta devastante” sarà poi il dono ricevuto da Roberto Palazzi (la persona della dedica, e allora gestore della Libreria del Vascello), del piccolo libro che aveva appena curato e pubblicato in centottanta copie col marchio della propria libreria: "Le Edizioni Futuriste di “Poesia”". L’autore ne era Pablo Echaurren, al tempo noto per essere l’autore della copertina di “Porci con le ali” (Savelli, 1976).
Mughini individua questo momento come l’alba del suo collezionismo di libri futuristi, e nel proseguo del capitolo dipana un magistrale excursus della parabola futurista, che dalla “seminagione” iniziata da Marinetti negli anni Dieci, si sarebbe estesa – con fasi alterne - per i molti anni a seguire, sino all’apparire del primo catalogo di libri futuristi offerti all’inizio degli anni Ottanta dalla libreria Ex libris di New York. In Italia, bisognerà attendere il 1985 per sancire quella che l’autore chiama “la resurrezione del futurismo”, ossia l’anno della gran mostra veneziana organizzata a Palazzo Grassi: “La mappa della cultura italiana del Novecento era stata finalmente ridisegnata secondo verità, a mostrare tutta la chiarezza di sperimentazioni e creazioni”. E sono anche gli anni che videro “sbocciare” la generazione dei librai antiquari novecentisti, dei quali l’autore espone note biografiche, aree di ricerca, città e luoghi di riferimento.
Il secondo capitolo de “La collezione” è titolato “Un libro fatto per essere bruciato” ed è dedicato a quello che l’autore definisce “il libro più drammatico del Novecento italiano”, ovvero i “Canti orfici” di Dino Campana. Nello specifico nella prima edizione del 1914 stampata a Marradi dalla tipografia Ravagli. È forse uno dei capitoli più intensi dell’intero libro, dove si assapora a piene mani l’amore dell’autore per il libro, inteso come oggetto “sacro” in grado non solo di preservare e consegnare il suo contenuto ma di donarci tramite la sua stessa esistenza il senso del proprio tempo, in tutta la sua drammatica vitalità.

Qualcosa di molto simile riesce nel capitolo successivo, dedicato all’autore de “Il porto sepolto” stampato a Udine nel dicembre 1919 in sole ottanta copie. Si tratta come noto dell’esordio poetico del soldato del 19° reggimento fanteria Giuseppe Ungaretti, curato dal tenente e futuro editore Ettore Serra. E se i Canti di Campana erano il libro più drammatico, questo potrebbe essere indicato secondo Mughini come il “libro stemma del Novecento italiano”: “Null’altro che un soldato, null’altro che un poeta” ne scriverà Giuseppe Prezzolini.
A questo punto Mughini sceglie alcune aree tematiche per scandagliare la vita intellettuale del nostro paese, ossia i piccoli e grandi editori, la forma romanzo, alcuni libri rari, le riviste, per poi aprirsi all’area artistica molto ampia che non rientra specificatamente nell’ambito letterario, ma che con esso comunica apertamente. “Il Novecento – scrive – è il secolo che nell’arte e nella cultura inventa nuovi linguaggi e nuovi spazi della comunicazione. Non c’è più soltanto la letteratura, la filosofia, la saggistica storico-politica, il teatro, la musica lirica o sinfonica. È il secolo dove nascono il cinema, la fotografia, il design, il giornale a rotocalco, il fumetto, la pop music, la moda che erutta dal basso a cambiare il volto delle strade delle città moderne, la pubblicità e la sua molecolare invasività dei nostri occhi e delle nostre anime. Chi separasse l’alta cultura (letteraria, filosofica, artistica) da tutto questo sarebbe un idiota. Se ami e cerchi i libri italiani del Novecento, lo tocchi con mano il meticciato delle arti, la contiguità dei generi e dei linguaggi, il fatto che l’alto e il basso della comunicazione si fecondano reciprocamente in ogni istante”.
Così, se nelle pagine precedenti aveva ripercorso la vita editoriale del secolo, battendo le strade percorse dai vari Prezzolini («il più grande editore italiano del Novecento»), Gobetti, Malaparte, Longanesi, Maccari, Corbaccio, Frassinelli, Scheiwiller, oppure aveva riflettuto sulla forma del romanzo — che a suo avviso trova in Svevo il fondatore del moderno romanzo italiano, passando per Moravia, Sciascia, Ortese, fino a Porci con le ali, di cui la casa editrice romana Savelli pubblicò le prime cinquecento copie nel luglio 1975 —, ora dedica un ritratto a Bruno Munari: «pittore, designer, fotografo, ideatore grafico di collane editoriali, pubblicitario, autore di libri e giochi per bambini».
Senza tralasciare, inoltre, di collocare la fotografia in un’area di grandi personalità artistiche, da Dondero a Giacomelli, da Ghirri a Mulas, e altri ancora.

Come avrete capito “La collezione” è un libro colmo di informazioni, nomi, ideali e opere di cui è impossibile dare piena contezza in questa sede. E non poteva mancare un capitolo dedicato al mondo delle riviste, a partire da quella “Giovane critica” che lo stesso autore con un manipolo di giovani studiosi fondarono a Catania tra la fine del 1963 e l’inizio del ’64: “E subito decidemmo di fare una rivista, di creare un gruppo di fuoco intellettuale che a cadenza periodica sparasse cannonate di grosso calibro…Ovviamente non sapevamo nulla di nulla, che diavolo potevamo saperne a vent’anni? Ovviamente pensavamo di poter dettare legge su tutto.”
Il Novecento è infatti anche il secolo che ha dato i natali a “Temps Modernes” fondata da Jean-Paul Sartre, la rivista politico-culturale per antonomasia nell’Europa giovane del secondo dopoguerra. In Italia trovano i loro lettori “Mondoperaio” (formalmente del Psi, diretta da Federico Coen, e forse – scrive Mughini – la più bella rivista politica italiana degli ultimi trent’anni, una rivista che purtroppo oggi nessuno cita più), “Pagina”, “Rinascita”, “Quaderni rossi”, “Il Corpo” (di Elvio Fachinelli), “Officina”, “Classe e Stato”, “Ragionamenti”, “Passato e presente” ecc. L’autore si sofferma anche su “Il Verri”, mensile pubblicato a Milano a partire dal 1956 dalla Rusconi e Paolazzi, una casa editrice centrale nella nascita dell’avanguardia italiana. Il mensile era infatti diretto da Luciano Anceschi, che diventerà “il capitano” del debuttante sperimentalismo letterario italiano, quello che passa sotto la nomea massmediatica di “Gruppo 63”.
E “I novissimi” sarà infatti il titolo del nono capitolo del libro, ispirato alla famosa antologia che Alfredo Giuliani aveva curato nel 1961 proprio per la casa editrice Rusconi e Paolazzi, nella quale figurano i noti Pagliarani, Sanguineti, Balestrini, Porta (Leo Paolazzi) e lo stesso Giuliani. Ma nel chiudere il capitolo Mughini non lascia l’occasione di aprire finestre su autori come Emilio Villa, Franco Vaccari, Adriano Spatola, Lamberto Pignotti, Carla Lonzi, Giulia Niccolai.
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Come accennato “La collezione” è apparso nel 2009, ed io l’ho letto in ritardo di qualche anno, un tempo nel quale Mughini ha scritto e pubblicato altri libri, alcuni dei quali, credo si occupino di temi affini a quelli trattati in questo. In realtà “La collezione” è solo un tassello del mosaico che l’autore ha dedicato al secolo scorso. Basta scorgere la sua bibliografia per trovare titoli quali “L'invenzione del '900” (Vallecchi, 2001), “La mia generazione. Le idee, i personaggi, i sogni di una casa a Trinità dei Pellegrini” (Mondadori, 2002), “Sex Revolution. Muse, eroi, tragedie di un'avventura che ha cambiato il mondo” (Mondadori, 2007), “Addio, gran secolo dei nostri vent'anni” (Bompiani, 2012), “Una casa romana racconta. Libri, donne, amici perduti, le tracce di una vita” (Bompiani, 2013), “La stanza dei libri. Come vivere felici senza Facebook Instagram e followers” (Bompiani, 2016), “Che profumo quei libri. La biblioteca ideale di un figlio del Novecento” (Bompiani, 2018), fino all’ultimo in ordine di tempo “Controstoria dell'Italia” (Bompiani, 2024).
Ma più recentemente Mughini ha portato a compimento un "lavoro", che non ha esitato a definire un Monumento, per l’importanza che ricopre nella storia culturale del nostro paese. Si tratta del volume “Novecento / Collezione Mughini” Pontremoli Editore, 2025: “Una fotografia del Novecento italiano attraverso rarissime prime edizioni, opere uniche, libri dimenticati o rimossi che ne hanno raccontato e fatto la storia. Un percorso letterario, artistico e politico creato e guidato dalla collezione del "bibliofolle" Mughini, che del secolo breve e intensissimo è stato appassionato figlio d’eccezione. Oltre milletrecentocinquanta i titoli raccolti, con protagoniste assolute di questo catalogo le prime edizioni di opere che hanno forgiato il profilo del nostro Novecento”.

Il libro/catalogo che corrisponde alla messa in vendita dei libri della collezione, esce a poco più di dieci anni di distanza dall’altro catalogo: "Futurismo / Collezione Mughini", Milano, Pontremoli Editore, 2014, il cui contenuto è in parte disponibile online.
“Beninteso, l’importante non è collezionare. L’importante è leggere. Leggere leggere leggere. A letto, in treno, al bagno, sulla metropolitana, quando sta per bollire l’acqua della pasta, mentre la ragazza è in bagno che si sta struccando e ci vogliono alcuni minuti prima che arrivi a letto e si stenda”
Giampiero Mughini - bibliofolle
Claudio Orlandi, gennaio 2026







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