Repubblica 50
- Claudio Orlandi
- 16 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 19 gen
Posso dire di essere nato e cresciuto insieme a questo importante giornale italiano. Dei decenni immediatamente successivi alla sua fondazione so poco: ho iniziato a seguirlo quando in Italia ha preso piede la valanga berlusconiana. Furono anni difficili, in cui la Repubblica si schierò apertamente su posizioni antiberlusconiane. Divenne per me un giornale “amico”.
Per anni, quasi quotidianamente, il titolo di apertura fu dedicato a Berlusconi: le sue aziende, il conflitto di interessi, le sue azioni politiche e personali. Con il progressivo annichilimento della sinistra antagonista, il giornale finì per assumere il ruolo di principale voce del centrosinistra, ma col tempo, più che uno scontro politico, apparve chiaramente come un conflitto interno al “capitale”.
Nel frattempo accadeva di tutto, ma il focus restava invariabilmente puntato su Silvio. L’intera “sinistra” si adagiò su questa postura, al punto che, una volta uscito di scena Berlusconi, entrerà in una nuova crisi profonda, non sapendo più su quale terreno costruire la propria identità (“Identità della sinistra” cercasi), finendo nel perdersi nell’infinità di scissioni, tuttora operanti.
Nel passaggio all’Eurozona, la Repubblica sostenne convintamente le posizioni europeiste, divenendone uno dei principali portavoce mediatici. Si affermò così come organo di informazione delle direttive macroeconomiche del grande capitale finanziario. Sostenne il “golpe finanziario” dello spread che portò alla caduta di Berlusconi, salutando l’arrivo del governo Monti come una liberazione, mentre veniva sancito il definitivo passaggio del Paese a un regime liberista: pareggio di bilancio in Costituzione, Fiscal Compact. La stragrande maggioranza degli italiani non comprendeva realmente di cosa si stesse parlando, ma veniva invitata a festeggiare la sconfitta di Silvio.
Dal 2011 al 2021, da Monti a Draghi, il passo fu breve e lineare. In quegli anni la Repubblica contribuì a normalizzare l’idea che il governo tecnico fosse l’unica forma possibile di governo “responsabile”, per il bene del paese (“ce lo chiede l’Europa”). Il conflitto politico venne progressivamente svuotato, sostituito da una narrazione emergenziale permanente: prima lo spread, poi la crisi dell’Euro (Grecia), infine la pandemia. Il giornale sostenne senza riserve l’agenda dell’austerità, la compressione del welfare e la subordinazione della politica alle compatibilità dei mercati, mentre ogni forma di dissenso veniva delegittimata come populismo, irrazionalità o irresponsabilità, e quindi fatalmente come deriva fascio/sovranista. In questo clima, il dibattito democratico si è ridotto drasticamente e il lessico tecnocratico ha sostituito quello politico.

Durante la gestione del Covid, questa impostazione ha raggiunto picchi preoccupanti. A mio avviso la Repubblica ha appoggiato apertamente una comunicazione fondata sulla paura e sull’obbedienza, sostenendo misure eccezionali e liberticide (green pass), presentate come inevitabili e contribuendo a costruire una profonda frattura sociale. A tutt’oggi persegue un atteggiamento di inaccettabile censura su ogni voce critica della narrazione dominante. Si veda anche la scarsa copertura sui lavori della “Commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione dell'emergenza sanitaria”.
Dopo il 7 ottobre 2023, il giornale si è distinto per titoli e articoli tesi a occultare o minimizzare il massacro in corso a Gaza. Solo dopo quasi due anni di bombardamenti e decine di migliaia di morti si è iniziato ad accettare l’idea che si stesse compiendo un “genocidio”, ed ha sostenuto l’azione della “Global Sumud Flotilla”. Ad oggi la situazione a Gaza è oltremodo complessa, ma non è certo dagli articoli de la Repubblica che è possibile capire cosa stia accadendo, mentre i gazawi sopravvissuti al grande massacro continuano a perdere la vita in condizioni disumane.
Sul versante del conflitto ucraino saluta sempre con fervore ogni iniziativa che porti ad un riarmo europeo in chiave antirussa, senza tener conto dei grandi problemi che questa situazione sta generando verso la popolazione europea.
In questo senso, la Repubblica non appare più da tempo, ai miei occhi, come un giornale di “opposizione” o di critica del potere, ma come uno dei suoi principali strumenti di legittimazione. Un quotidiano che ha progressivamente abbandonato la funzione di interrogare l’esistente per assumere quella di amministrarne il consenso, adattando di volta in volta il proprio linguaggio alle esigenze del capitale finanziario, delle istituzioni sovranazionali e delle emergenze costruite come inevitabili.
Il problema, ovviamente, non è solo la Repubblica. È il vuoto politico e culturale che le ha permesso di occupare per anni lo spazio di un’opposizione sempre più dimessa, ai limiti del servilismo. Uscire da questa impasse significa tornare a distinguere tra informazione e propaganda, tra critica e adesione, tra responsabilità e obbedienza. Senza questo passaggio, sarà molto difficile assistere in Italia alla rinascita di un giornalismo forte e indipendente, e la nostra società continuerà a percepire la libertà di informazione come una lontana chimera.
*scritto in occasione dell’anniversario dei 50 anni del quotidiano “la Repubblica” fondato da Eugenio Scalfari nel gennaio 1976.







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